17.5.11

Arcobaleno di grigi

di Sonqua Bene Cistò

Ecco, l’abbinamento di colori e fantasie, ecco, è una cosa difficile, proprio difficile.
Metto in fila le mie cose e appare una unica macchia di colore.
E’ difficile altrimenti. Ma non è colpa mia… è che credo di aver saltato qualche lezione di troppo all’asilo. Quelle in cui ti spiegano quali sono i colori primari e secondari, i colori caldi e quelli freddi, i colori neutri. Ho saltato la lezione in cui la maestra avrà, sicuramente, portato il prisma di vetro trasparente in una bella giornata di sole e mostrato a tutti gli altri bambini come la luce bianca del sole possa scomporsi. E, sicuramente, ho saltato anche quella lezione in cui spiegava la differenza tra l’indaco e il celeste.
All’asilo, c’era un bambino che mi urlava. Daniele, si chiamava. Io avevo paura. Ogni tanto chiedevo a mia madre di non andare all’asilo. Mi terrorizzava, Daniele. Il suo modo di muoversi e di accarezzarti era sempre troppo improvviso per me. Anche la voce gli usciva in un modo per cui non riusciva sempre bene a modularne il tono e il volume. Ma non mi ricordo che nessuno mi abbia mai spiegato cosa mi facesse paura di lui. Nessuno mai mi ha spiegato che ognuno era già profondamente differente ed era comunque libero di potersi esprimere come meglio riusciva. Quello, poi, ho dovuto imparalo da sola. Io avevo solo paura che mi colpisse con troppa forza. La maestra lo lasciava spesso a giocare da solo insieme ad un’altra insegnante e io pensavo fosse una punizione. E, allora, mi faceva ancora più paura.
Dell’asilo mi ricordo che, una mattina, ci hanno raccontato una storia bellissima che non ho riascoltato mai più. Seduti in circolo. La maestra cullava sulle ginocchia un libro enorme. Era la storia di un gigante che conservava tutto il suo essere nei capelli. Disponeva di un desiderio per ogni capello e, ogni volta che ne staccava uno, poteva realizzare un sogno, proprio o di un’altra persona. Durante il correre della storia, aveva rinunciato alla sua immortalità per amore, poi aveva rinunciato alla sua forza per gentilezza e poi aveva rinunciato, donando anche l’ultimo capello, alla sua vita.
Mi piacque tanto. Due giorni di pianto ininterrotto. Le emozioni si misuravano anche così a tre anni.
Da allora, ogni tanto, mi sorprendevo a pensare che le persone potessero avere a disposizione solo una quantità limitata di desideri e parole. Finita quella si sarebbero semplicemente esauriti per dar luogo ad una vita senza desideri e senza parole.
In classe all’asilo i bambini avevano tre, quattro cinque anni e qualcuno si preparava per andare alla scuola elementare. Un giorno, la maestra ci ha fatto vedere tanti quadretti. Ognuno riproduceva un oggetto e, sotto, riportava uno strano segno nero. I segni neri erano le lettere con cui iniziava la parola indicata. Io mi divertivo a rispondere, per prima ma mi divertivo a fare i dispetti. Ad esempio, se c’era disegnato un cappello, immaginavo che la risposta giusta fosse collegata al suono della “C” riprodotta sotto il disegno. Allora rispondevo subito “Berretto”. La risposta era giusta ma la maestra continuava finché qualcuno non diceva “Cappello”. Cercavo i sinonimi perché avevo paura di andare alla lavagna. Il premio era quello. Chi indovinava, poi, sarebbe dovuto andare alla lavagna a scrivere la parola intera.
Io non sapevo scrivere. Allora rispondevo “Berretto”. Ho trovato sinonimi fino alla “P”. Il disegno rappresentava un “Pulcino”. Tutti i sinonimi che mi venivano in mente iniziavano tutti con un’altra “P”, come ad esempio,  “Pigolante” o “Piccolo di gallina”. Proprio non me ne venivano. La maestra insisteva perché le dicessi il nome. Alla fine l’ho detto: “Pulcino”. Oddio, dovevo andare alla lavagna. Per fortuna, la maestra sapeva scrivere. A guardarla bene, la lettera “p” scritta dalla maestra mi piaceva molto. Era tutta piena e svolazzante. Si sporgeva a sinistra e in basso, sembrava assomigliasse proprio al pigolare del pulcino. E poi quella “u” così unita e così simile a una pozzanghera che potesse contenere tutto il giallo del pulcino. Mi sembrava davvero una bella parola anche se la mia grafia insicura e interrotta l’aveva trasformata in un elettrocardiogramma  piuttosto irregolare. Sono tornata a casa pensando di saper scrivere e poco dopo ho imparato davvero.
"P" come "pulcino"

Mia madre, all’inizio dell’anno scolastico successivo, andò a rinnovare l’iscrizione all’asilo. Nel frattempo, io stavo attaccata all’orlo dei suoi stivali dicendole tipregotipregotiprego. Ininterrottamente finché … lei si voltò, la segretaria si sporse dal bancone altissimo e l’unica cosa che mi dissero fu: Daniele non c’è più in questa scuola. Io mi sono sentita cattiva.
Neanche due settimane più tardi, io e mia madre vivevamo già in un’altra casa e avevo la sensazione che fosse tutta colpa mia.
Ci eravamo trasferite, sul mare, vicino a città che si chiamavano Baratti, Piombino e Livorno e la mia fantasia immaginava che queste città vivessero di pesca e, invece, erano già il centro della lotta operaia nella storia della siderurgia italiana.
Ma, insomma, lì, mia madre insegnava in una classe che stava sperimentando, per la prima volta in Italia, il tempo pieno, le otto ore. Forse, qualcuno non lo sa, ma il tempo pieno ha da poco finito di essere una sperimentazione. Come tutte le sperimentazioni in Italia non hanno mai fine e, quando se ne cerca il compimento, vengono sostituite da qualcosa di peggiore. Ma insomma, la riflessone sul sistema scolastico italiano, forse, la porto a compimento un’altra volta. Lei doveva essere a scuola alle otto. Il pulmino che portava i bambini all’asilo passava davanti la mia casa quasi alle nove.  Entra in crisi. Non potevo rimanere da sola, per strada, in un paese dove non conoscevo ancora nessuno. Chiede alla direttrice se può portarmi a scuola. Io piuttosto osservavo. Stavo in un angolo. Disegnavo.
Giocavo con gli altri bambini quando trillava la campanella. Una volta alla settimana organizzavano una cosa che mi piaceva tanto. Si tenevano delle riunioni a tema. Tutti i bambini - e anche io - erano seduti in circolo e, di volta in volta, si invitava una persona a parlare del proprio lavoro. Ogni tanto, toccava ad un genitore disponibile. Ogni tanto, chiamavano il sindaco, ogni tanto, toccava al bidello della scuola. I bambini inventavano le domande. Era divertente. Una volta, venne a parlare il padre di una bambina. Lavorava in una fabbrica a Piombino. Ci raccontava di macchine enormi, pesanti tonnellate, quintali, forse addirittura chilogrammi. Montacarichi, carrelli elevatori, nastri trasportatori, ganci, binari di movimentazione. Non so come mi venne in mente. Chiesi se in fabbrica fosse mai successo qualcosa di brutto. Iniziò con un lungo sospiro. E ci raccontò di una manovra errata compiuta da un gruista che aveva tranciato di netto le gambe ad un operaio che lavorava in un’area diversa da quella che gli era stata assegnata.
Abbiamo parlato, per le due settimane successive, della sicurezza sui luoghi di lavoro. All’epoca la scuola poteva ancora essere davvero utile. E ponevamo un’attenzione spasmodica a tutti i cartelli e gli avvisi che erano appesi in giro a scuola, nei negozi o alle pompe di benzina. Del tipo, “attenzione pavimento bagnato” o “vietato fumare”, “zona riservata”, “vietato l’ingresso ai non addetti”. Strani pensieri. Ma per il resto, me ne stavo in un angolo a disegnare.
Credevo io.
Una sera andiamo al ristorante. Carino, quasi sulla spiaggia, alla fine della rotonda che chiudeva il lungomare di allora. Prendo il menù e indico cosa voglio magiare. Mia madre si offre di leggerlo. Io prendo il menù e leggo la riga di quello che volevo ordinare. Indico anche il contorno che ci volevo vicino. Sommo e calcolo il prezzo della mia fame. Panico.
Non pensavo fosse così costosa la mia cena.
Avevo finito di imbrogliare. Hanno cominciato a chiamarmi uditore.
C’era una bambina che mi piaceva tanto. Si chiamava Samantha, con l’acca. Era un po’ cicciotta. Aveva i capelli lunghi e la carnagione chiara ma aveva delle guance rosse rosse che ti mettevano allegria. In terza elementare suo padre è morto, non so perché; le sue guance avevano perso un po’ di colore e sorrideva meno ma io l’amavo tanto. Poi, c’erano due gemelle. Una si chiamava Frida. Andavo spesso a casa loro. Avevano giochi bellissimi; il fornetto per fare i biscotti; un milione di perline, la maglieria per fare le sciarpe alle bambole; un teatrino vero, con le marionette buone e cattive. Vivevano su un letto a castello e stavano sempre insieme. Frida, tredici anni fa, è morta in un incidente stradale, di notte. Io, alla sua morte, ho pensato che fossero spariti, insieme a lei, tanti pomeriggi della mia infanzia.
Il primo giorno di scuola, il maestro mi chiese un lapis. Non sapevo cosa fosse un lapis. Mi sono messa a piangere. La mia dotazione scolastica, approntata in fretta e furia, da un giorno all’altro, consisteva in una busta di plastica bianca con i mozziconi di pastelli colorati che avevo in casa, una cinghia che teneva stretti il quadernino a righe e a quadretti piccoli che mi avevano richiesto e il libro di testo rimediato per caso da un rappresentante di una casa editrice che lasciava sempre qualche copia in più delle pubblicazioni che portava in giro da una scuola all’altra. Ho capito solo dopo che il maestro mi stava chiedendo una matita.
E’ strano davvero. Ma tant’è.
Io, quel mondo, me lo ricordo a colori vivissimi.
E comunque, anche a pensarci adesso, io all’asilo proprio non ci volevo andare. E sarà forse per tutte le assenze che ho fatto che avrò saltato anche le lezioni in cui la maestra spiegava i colori. Insomma. Sta di fatto che, adesso, io ancora non distinguo il rosa salmone dall’arancione e il celeste dal verde acqua e l’indaco dalla carta da zucchero e così via… allora tutto nero, strada libera alle gradazioni di grigio…. Metto in fila le mie cose e appare una unica macchia di colore.
E non se ne parli più!
una macchia di colore nero

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