7.9.10

Benedetta aggiornamento armadio




































Benedetta (aggiornamento, la prima parte è qui)


_Roma

Io e lo shopping non andiamo molto d’accordo. Cioè, io vado spesso al mercato, prendo e pago. Pane, latte, frutta, verdura, carne e pesce. Uova un po’ meno. Le dimentico spesso. Ma, mi dicono, che lo shopping vero non è questo. Questo è fare la spesa.
Prima delle feste di Natale, mi diverto un mondo a scegliere i regali per le persone cui voglio bene. Per alcuni, compro cose assolutamente inutili, per altre, invece più razionali, allestisco cose veramente poco plausibili proprio per restituire il senso della gratuità del regalo. Altrimenti non c’è gusto. Ma, mi dicono, che questo è considerato shopping a metà. Perché il vero shopping lo si fa per sé.
Poiché una scelta, di fatto, esclude tutte le altre possibilità, spesso preferisco conservare uno spazio che è capace ancora di contenerle tutte.
Insomma, se escludo tutto questo, per parlare di shopping bisogna necessariamente parlare dell’acquisto di capi di abbigliamento, scarpe comprese.
Per parlare in modo compiuto di questo argomento ho bisogno, però, di fare almeno alcune premesse.

Premessa numero uno

Io ho un loden. Uno di quei cappotti con un taglio rigoroso, a trapezio; inizia con una cucitura netta precisa che abbraccia le spalle. Un triangolino sulla schiena da cui parte una montagna di stoffa e scende svasata fino a coprire i polpacci. Ha i bottoni tondi, ricoperti di cuoio e ha due buchi sotto le ascelle per agevolare i movimenti. A me piace. La lana è spessa. Sembra una coperta che ti porti dietro da casa. L’interno è a fantasia scozzese. A me piace. Non è molto femminile. Lo vedi più spesso indossare a uomini. Ma a me piace. E’ comodo. La lana è buona e, quando piove, non si bagna perché le gocce scivolano via.
Mi ricordo di averlo sempre avuto. Il loden. Da quando frequentavo il liceo. Ne avevo uno blu. Poi si è consumato talmente tanto che, tra la filatura blu, si cominciava ad intravedere il rosso della fodera interna. A me piaceva. Ma non sono mai stata alla moda. Ora ne ho uno marrone con dei riflessi melange sul giallo e l’arancione. Lo trovo bellissimo. E fin qui, direte voi, de gustibus … Altri si chiederebbero embé?
Ecco, il problema nasce dal fatto che io, il loden, non sono abituata ad indossarlo su giacche e tailleurs.
Ecco, io, il loden, sono abituata ad indossarlo sempre, su tutto. Sui jeans, sulle gonne, sulle tute da ginnastica. Ecco. Forse, sopra le scarpe da ginnastica, sembro più una barbona.
Poi, c’è stato un periodo in cui mi ero fissata con i granchietti. Quelle scarpe di plastica che si usano per andare sugli scogli, fatti da una striscia di plastica che parte dalla punta delle dita fino alla caviglia cui si avvinghia e da tante altre striscioline che ti avvolgono il resto del piede. Sembrano tante gambette di granchio. Appunto. I granchietti. Ecco, io li mettevo anche d’inverno, anche per andarci in giro. Soprattutto quando pioveva. Ecco, io avevo una teoria. Cioè: è meglio asciugarsi i piedi e le scarpe in un attimo, in modo da avere tutti gli arti asciutti e caldi, piuttosto che indossare scarpe e calzini che poi ti sarebbero rimasti ai piedi bagnati per ore e ore. Ecco, io avevo questa teoria.
Però mi rendo conto che, vista da lontano, con il loden e i granchietti, senza calzini ai piedi, in dicembre, dovevo proprio sembrare una barbona. Eppure la mia teoria funzionava. Non mi sono mai beccata un raffreddore in quel periodo. Non so se è stato quello o il fatto che mia madre mi ha fatto indossare i pantaloncini corti fino a dodici anni perché il nostro pediatra era il discendente di un gerarca fascista o aveva origini spartane, ora non ricordo più. Ma, insomma, fino a dodici anni avevo le gambe scoperte. Perché doveva risultarmi innaturale non indossare i calzini soprattutto se portavo i pantaloni lunghi?
Invece, in estate, la teoria si ribaltava. I granchietti erano di plastica e, dunque, con il caldo, era necessario usare i calzini. I piedi non puzzavano mai, contrariamente a quanto accadeva a coloro che si ostinavano a portare le Superga di tela senza calzini. Ero sempre pronta a togliermi le scarpe. Al massimo, poteva succedere che i calzini si impolverassero per lo smog e la terra delle strade di Roma. Ma, insomma, quello era un problema che si poteva ovviare indossando calzini colorati. Molti mi hanno conosciuto così e si chiedono ancora come abbia fatto a trovare anche solo un fidanzato. Ma si vede che i miei fidanzato mi guardavano negli occhi e ai granchietti ci arrivavano sempre troppo velocemente e di sfuggita.
Comunque, a pensarci ora. Non so. Secondo me, ero anche meno freddolosa di quanto sia adesso. Oggi, quando tutti si lamentano del clima africano che, ogni tanto d’estate, colpisce Roma, piena di sole, di afa, di cemento che si deforma sotto le suole dei sandali, io mi beo del caldo torrido e umido che può regalarti questa città. Un caldo talmente straziante che anche le notti diventano notti di lamento collettivo. A me piace. Solo, semplicemente, mi distendo come una lucertola e rilasso i muscoli della mia schiena che comincia a contrarsi a ottobre e si scioglie solo a luglio inoltrato. Ma, insomma, dai racconti che mi fanno gli amici, tutti si ricordano che io andavo in giro in dicembre con la magliettina a maniche corte e il loden a cavalcioni sullo zaino. Niente male.

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