29.8.10

Isabella




 



















Isabella


_Bolzano

Che occasione per mettere un po’ d’ordine nell’armadio, anche se durerà poco.
Pur avendo l’armadio pieno mi capita spesso di sedermici davanti e dire “caspita, non ho niente da mettere!” e finisco per indossare sempre i soliti vestiti. Però non riesco a buttare le cose che non ho mai messo, se non dopo anni (vedi borsa gialla pelosa – regalo – che mi mette allegria) e nemmeno quelle che uso da una vita (sopratutto certe scarpe). Con borse e scarpe in compenso ci giocano le mie due bimbe!

24.8.10

Giuseppe





Giuseppe


_Milano


Il mio armadio è verde acido e "basso", il che è carino perché ci posso mettere le cose sopra. Foto, tazze, candele, pupazzetti della Disney (collezione).
Dentro c'è sempre molto più disordine del necessario, ma meno dell'intollerabile.
Due paia di blue jeans scuri, e indosso quasi sempre solo quelli, tranne quando fa molto caldo. Per il caldo metto i bermuda, che - di colore verde chiaro con uno strana trama bianca quasi arabeggiante - costituiscono l'unico strappo alla regola di un vestiario sobrio, a tinta unita, che rifugge i trend ma si affida ai buoni vecchi classici. Polo, per lo più blu o scure, e skinny. I maglioni mi piacciono con il collo coi bottoni, ma non ne trovo facilmente. Camicie ne metto poche perché poi vanno stirate, e io non. Ne ho un paio blu scuro, una in particolare mi fa sembrare un prete; ma per lo più sono azzurre, da completo elegante. Ecco, non capita spesso ma quando devo vestirmi elegante tengo all'assoluta classicità, e anche se una mia amica giovane creativa milanese dice che le mie giacche sono un po' troppo lunghe, io credo che siano perfette.
Il mio capo preferito, anche se lo indosso poco, è una camicia azzurra (chiara) con il colletto alla francese molto aperto e i polsini, e una stoffa di quelle che fa piacere toccarle e guardarle. Credo che mi stia proprio bene. Anche se avendo i polsini è molto elegante, mi piace abbinarla a un abbigliamento casual, tipo jeans e giacca di velluto (verde scuro, molto vecchia, ma non riesco a separarmene).
Sono molto affezionato alle t-shirt "dei concerti", quelle dei gruppi musicali. La mia preferita era una molto semplice, nera, con la scritta "dEUS" (è il nome del gruppo) in verde scuro, sul petto; l'ho avuta per una decina d'anni, ma al sesto buco iniziavano ad essere un po' troppo evidenti e ho dovuto capitolare, e buttarla. Niente foto, quindi.
Nella mia foto però si vede un altro dei miei capi preferiti, una felpa verde, che non ha niente di particolare se non l'immagine, sul cuore, di un coniglietto arancione fosforescente, simbolo degli Zita Swoon (che peraltro sono "cugini" dei dEUS).
Metto anche la foto dell'orologio che ho avuto in regalo da Fabrizia in occasione del nostro fidanzamento, perché è troppo bbono quell'orologio.
Lo scheletro nell'armadio è una maglia da elfo, nera, con maniche e cappuccio a punta. L'ho comprata sei anni fa in un negozietto a Stoccolma, ed era l'ideale per fare un po' lo strambo durante i miei viaggi mitteleuropei. Eh, era un'altra stagione della vita, ora non la uso più; tranne una volta, lo scorso carnevale, ché mi sono vestito da Edward Mani di Forbice, e tornava utile.

20.8.10

Design del popolo_trapunta patchwork













































da Design del popolo - 220 invenzioni della Russia post-sovietica
 Vladimir Archipov_2007_Isbn Edizioni_Milano

18.8.10

Marta















Marta

_Palermo


Questo è il mio antichissimo armadio. E’ antico per davvero, apparteneva ai miei bisnonni, quindi ha la bellezza di almeno cento anni. E’ un armadio altissimo, così alto che il falegname, quando l’armadio passò nella mia cameretta, dovette segare via parte dei piedi così che io potessi prendere più facilmente i vestiti appesi. Mi sono sempre chiesta come facessero i miei bisnonni dato che erano molto più bassi di me!
Quest’armadio è nella mia stanza da circa dodici anni, perché tempo fa mia madre voleva per me una camera stile impero, con tanto di letto in ferro battuto e pomelli in bronzo! E quindi l’armadio, insieme al comodino e colonnetta si abbinava bene. Io, invece, ho modernizzato tutta la stanza a partire proprio dall’armadio: gli ho appiccicato sullo specchio due foto del WWF con gli animali e poi ho aggiunto degli appiccichini gommosi che rappresentano un acquario, che al giorno d’oggi avranno corroso lo specchio con macchie collose indelebili.
Anche se antico e forse vetusto, il mio armadio è molto spazioso, infatti dentro ci sono vestiti e giacche per tutte le stagioni, coperte, cappelli, sciarpe, borse, e anche un cassetto dove dentro tengo dei giocattoli ed oggetti di quando ero piccola, gelosamente conservati lì. Ho sfruttato anche il tetto dell’armadio riponendogli sopra la consolle del “Canta Tu”; uno skateboard; puzzle mai finiti; una collezione incredibile di palline che rimbalzano; e giochi da tavola che utilizzavo da bambina.
La cosa che più mi piace di questo armadio è il grande specchio che si trova sull’anta centrale. E’ comodo perché ti puoi specchiare interamente. Ogni volta che mi vesto questo enorme specchio riflette tutte le mie espressioni, ed è anche pieno di ditate. L’anta centrale essendo poi così grande è difficile da aprire, perché pesa e perché la maniglia è così piccola da spezzarti le unghia quando si tira. Tutte e tre le ante quando si aprono o si richiudono fanno un rumore strano, di legno lesionato, gonfio e tarlato, e a volte mi tocca dare forti manate per incassare bene l’anta. Anche i cassetti sono difficili da uscire e far rientrare, spesso serve un po’ di delicatezza e accortezza nel richiuderli, ma il più delle volte li prendo a calci tanto sono duri. Il reparto estivo è il mio preferito. Ci sono un sacco di vestiti colorati e soprattutto che mi piacciono molto, al contrario della parte dedicata ai vestiti invernali, tristemente di colori scuri e spenti, dove appesi ci sono abiti mai o raramente messi. Diciamo che nell’anta invernale, ci sono gli acquisti sbagliati che ogni tanto tiro fuori solo per non sentirmi in colpa di averli comprati.
L’anta centrale contiene le giacche e i vestiti eleganti, sia che questi siano invernali sia estivi.
Ma ci sono anche dei cimeli, tipo il mio primo e unico tutù da ballerina classica, indossato anni e anni fa. E’ un tutù rosso porpora e per me ha un gran valore affettivo, mi ricorda com’era bello esibirsi in teatro, danzare, ma ha anche una forte carica emotiva che quando lo guardo appeso divento malinconica, lo carezzo come fosse una persona e chiudo l’anta con un sospiro.
Una giacca di cui vado fiera è il mio chiodo di pelle! Questa giacca l’ho cercata per tutta la città; volevo il modello con la cerniera laterale e non potevo trovarlo da nessuna parte. Poi finalmente dopo tanto cercare, eccolo lì, la mia giacca di pelle nera tanto agognata! A dire il vero i primi giorni mi vergognavo a metterla, è un po’ pesante a guardarla e direi anche un po’ tamarra… adesso invece ne vado fiera! La gente quasi ha paura quando mi incontra per strada con quella giacca,soprattutto le vecchiette che si scansano per farmi passare o evitarmi. E dal mio lato metallaro e tamarro si passa a quello dolce e timido che si concretizza in un abitino a pois bianchi su fondo nero. Lo comprai per un battesimo e lo misi solo per quell’occasione. Il fatto è che dietro è aperto, sulla schiena ci sono soltanto dei nastrini di raso nero che mi fanno sentire troppo scoperta. E’ senza spalline perciò basta un movimento sbagliato e crolla giù! L’emblema della scomodità e all’onor del vero mi vergogno non poco ad indossarlo.

15.8.10

Andrea






























Andrea
_Narzole (Cuneo)

Il mio armadio, a me, serve per tenerci appeso il poster di Apocalipse Now; che poi tenga anche dei vestiti dentro,  è secondario. Ora che ci penso, Apocalipse Now non è manco il mio film preferito, non so qual'è il mio film preferito, a dirla tutta, solo che aveva una bella locandina. Ricordo ancora quando l'ho comprata. Era un sabato mattina ed ero ad Alba, in un negozio di dischi, e avevo preso questo poster e un altro, molto più grande, dei Pink Floyd, quello con le cinque ragazze sedute al bordo della piscina, fotografate di schiena, con sulla schiena, dipinte, le copertine dei dischi dei Pink Floyd. E infatti quel poster è ancora lì vicino all'altro, solo, è sul muro accanto all'armadio.
Il mio armadio, mi viene da dire, è un po' da bambino. In effetti è da quando stavo ancora nell'altra casa che ho gli stessi mobili, in camera. E dall'altra casa sono venuto via, a malincuore, ormai dieci anni fa. Forse però solo io lo vedo un po' da bambino, l'armadio; in realtà è normalissimo. Di legno, bello grande e imponente, le maniglie nere, cassettiera sotto, ante sopra. Sarà il fatto che io me lo ricordo nella mia vecchia cameretta, nella mia vecchia casa... e solo a parlarne mi vien già su la nostalgia.
Non ho molti vestiti, non ne ho mai avuti tanti, e non ho mai voluto contarli per la vergogna di rendermi conto di averne così pochi. Ma proprio non mi interessano. Delle volte me lo dico: "certo che una maglia nuova la potrei anche comprare" ma niente, poi  non ci penso più. Fino a 16 anni, io, e mi fa un po' strano a dirlo, non ho mai messo un paio di jeans. O meglio, li mettevo da piccolo, quando me li prendeva mia madre, ma già allora, mi piacevano mica. Non lo so perché, non lo sapevo e non lo so ancora adesso. Poi un giorno, quando avevo sedici anni, ne ho comprato un paio. E son tornato a mettermi i jeans, così, perché mi andava. Ora ci sono quasi solo jeans, nell'anta dei pantaloni. Mi ricordo che anche i miei compagni non riuscivano a capire: "Ma perché non ti metti mai i jeans?" "Boh" e stringevo le spalle.
Sopra l'anta dei pantaloni, che é quella a destra in basso, c'é quella che io non so come chiamarla. L'anta segreta, ecco. Ci ho pensato ora a questo nome, ma non é che mi soddisfi molto, però va bene per continuare il discorso. E' l'anta dove ci sono delle borse, di vestiti vecchi, le giacche pesanti quando fa caldo, quelle leggere o nessuna giacca quando fa freddo, lo zainetto verde fosforescente che mi hanno dato quando sono andato in Irlanda e poco altro. E' l'anta che non apro mai. Anche se, a dirla tutta, l'ho aperta proprio stamattina per cercare i pantaloni corti, quelli un po' brutti, per stare a casa. Son due o tre giorni che fa un caldo torrido, e girare per casa coi jeans mi sembra un po' eccessivo. Stamattina volevo mettermi quelli, ma non sapevo dov'erano. Ho guardato in tutto l'armadio, anche nei cassetti, che come facciano a entrarci dei pantaloni nel cassetto dei calzini non lo so, ma ho guardato pure lì. Niente. Non li ho trovati. Poi oggi pomeriggio ho chiesto a mia madre, zac, li ha tirati fuori.
E poi ci sono le due ante centrali. Il cuore dell'armadio. Lì ci sono tutte le maglie, a seconda della stagione, che metto. Stanno tutte su un piano, quello di mezzo. Sotto, le  lenzuola e le federe e sopra i piumoni, le maglie e i pantaloni pesanti. E due scatolone, bellissime, di foto e ricordi. Insomma, sono schiacciato fra le stagioni e i ricordi. Ogni volta che vedo quelle scatole di cartone mi tornano in mente dei ricordi felici, per esempio di quando andavo a tirarne giù una, la aprivo e dentro ci trovavo decine e decine di album di fotografie, di me da piccolo, di me appena nato, di me al mare coi miei, di me al mare coi miei zii, dei miei primi compleanni con gli amichetti, poi le pagelle, il diario di mia madre quando era in cinta, le foto di classe alle elementari. Qualsiasi cosa stessi facendo, quando aprivo quei due scatoloni pesantissimi, messi in alto apposta per farmeli gustare poche volte, ero tranquillo e felice.

Un anno fa avevo una maglia, a maniche corte, marrone, con un disegno sopra di una montagna stilizzata di diversi colori. Chissà dov'è, ora. Ha una storia un poco particolare, questa maglietta: l'ho indossata una volta sola, quando sono andato a Milano a trovare un mio amico che si chiama Mauro. L'avevo comprata poco prima, poi, quei due giorni lì, quando son stato da lui, me la son messa e, prima di andare via, mentre rifacevo la mia borsa, devo averla dimenticata da qualche parte, perché l'ho lasciata a casa sua. Il bello è che non me ne sono accorto nemmeno quando sono andato a casa. Per quasi una settimana non ci ho manco pensato, poi Mauro mi ha detto che sua madre l'aveva trovata e che, la prima volta che ci saremo visti, me l'avrebbe data.
Dopo quasi due mesi, al concerto dei Dinosaur Jr, ci siamo visti. Lui me l'ha riportata, e mi è rimasto impresso che era in una sacchettino trasparente che sembrava fatto apposto per tenerla ben distesa, la mia maglietta. Poi, dopo il concerto, Mauro aveva portato me e un altro mio amico nel bed and breakfast dove avremo dormito la notte. Ci eravamo già andati al pomeriggio, per posare le cose, e io avevo lasciato tutto lo zaino sotto il letto.
La notte, quando siamo rientrati, saran state le quattro, siamo andati subito a dormire. Al mattino c'era da svegliarsi presto per prendere il treno e arrivare a casa a un'ora decente, quindi abbiamo rifatto in fretta i letti, abbiamo preparato i nostri zaini, abbiamo preso le lenzuola sporche che eran da portare alla reception e, dopo aver fatto colazione, siamo andati via.
Non mi ero mica accorto di aver lasciato la maglia, ancora nel sacchettino, sotto il letto, accanto allo zaino. Me ne sono poi accorto a casa, sette o otto ore dopo, ma era un po' tardi ormai.
Ci ho pensato qualche volta, alla fine che può aver fatto quella maglia, se l'ha presa quello che dormito dopo di me in quel letto, se l'hanno trovata quelli delle pulizie, se l'hanno portata alla reception, se è stata lì per chissà quanto. Mi dispiace, perché era proprio bella e me la son messa una volta sola.
Però, sta cosa qui, che l'ho messa una volta sola e ora non so più dove sia, se ce l'abbia qualcun'altro, me la fa diventare ancora più bella.
Fatto sta che, due o tre mattine fa, ho aperto l'armadio, volevo mettermela e mi son detto: "Ma dov'è finita quella maglietta la?"
Poi ci sono arrivato.


14.8.10

Design del popolo_appendi stivali














































da Design del popolo - 220 invenzioni della Russia post-sovietica
 Vladimir Archipov_2007_Isbn Edizioni_Milano

9.8.10

Benedetta








































Benedetta

_Roma

Poche cose questo anno. Molte sono rimaste nascoste. Ma molte cose successe in questo anno mi appartengono e mi hanno vestito. In fondo, estate o inverno, le scarpe utilizzate sono quelle preferite e ogni battaglia ha bisogno della divisa adatta...

Lo specchio, le scale, le ruote, una porta dentro l'altra. Difficile guardarsi nell'interezza. E non basta comprarsi uno specchio...

7.8.10

Il Libro dei Perché

'Perché le persone seguono la moda?

A questo mondo tutto cambia: le monarchie diventano repubbliche, i popoli coloniali diventano popoli liberi; cambia la maniera di vivere, di lavorare, di viaggiare, di pensare. Perciò è giusto che cambi anche la maniera di vestire.

Oggigiorno c'è la moda 

che chi è ricco non lavora: 
tutti dicono che è ora 
questa moda di cambiar.'







Il Libro dei Perché - Gianni Rodari - 2010 - Einaudi Ragazzi

6.8.10

Christian Boltanski_Personnes










































































L'opera si trova al fondo dell'Hangar, nel grande CUBO. Per accedervi il visitatore deve attraversare la navata lunga immersa nel buio, passando accanto alle torri di Kiefer, e, mentre procede, è accompagnato dai battiti cardiaci che l'artista ha registrato a partire dal 2008, all'interno del suo progetto Les Archives du coeur. Il suono del cuore umano diventa sempre più forte man mano che si avanza nel percorso obbligato che conduce allo spazio illuminato: qui, una grande gru posta sopra a un mucchio di vestiti usati afferra casualmente gli abiti per depositarli qualche metro più in là; rappresentazione del Caso o, per i credenti, della mano di Dio, che sceglie ogni giorno chi sarà espulso dalla vita.
Lo spettatore che ha attraversato lo spazio buio e sonoro, procedendo sul cammino stretto e delimitato da una griglia metallica, senza poter tornare indietro, si trova risucchiato in un'allegoria visiva del destino: la scena che gli si apre davanti evoca, non senza apprensione, la fragilità degli uomini in balia di un fato imperscrutabile. Boltanski, però, non intende sottolineare soltanto gli aspetti inquietanti della vita: egli ama profondamente il suo prossimo e ci conduce a considerare la bellezza dell'esistenza, ad apprezzare la fortuna di esserci, qui e ora, a riflettere sul passare del tempo e anche sulla morte, questioni che le persone sono portate a rimuovere o a evitare, ma che invece sono fondamentali per ciascun individuo.
I vestiti alludono alla morte, alle spoglie mortali, fanno riflettere sulla fragilità umana e sullo scorrere implacabile del tempo, per il quale non c'è una spiegazione razionale e che è assolutamente ineluttabile. 
Ma i vestiti alludono anche alla vita, all'impronta del corpo e dell'anima di coloro che li hanno indossati e che essi conservano. 
Boltanski pur rappresentando la drammaticità dell'esistenza, si oppone a una visione pessimistica, dando dignità a ciascun essere umano, salvandone l'essenza, che è in quei vestiti ma anche nel battito del cuore, che identifica ogni persona e che, conservato nella Fondazione creata appositamente sull'isola di Teshima in Giappone - raggiungibile solo dopo un lungo viaggio aereo, in barca e a piedi e che ha già raccolto 60.000 battiti - si potrà ascoltare per sempre, a futura memoria di ogni singola vita.
L'artista intende coinvolgere i visitatori in tale progetto di conservazione della memoria e, per questo, ha stabilito che dieci giorni prima della chiusura della mostra, ciascuno potrà tenere per sé qualche indumento, facendolo vivere ancora. La montagna di abiti, intanto, diminuirà fino a scomparire, sottraendosi così all'insondabile azione del destino. 

The work is located at the far end of HangarBicocca, in the large CUBE. To access it, visitors must make their way through a long aisle immersed in darkness, passing alongside Kiefer's towers and, as they move forwards, they will hear the heartbeats that the artist has been recording since 2008 as part of his project entitled Les Archives du Coeur. The sound of the human heart becomes ever-louder as the visitors proceed along a compulsory path, towards the illuminated space, where a large crane sitting above a great pile of used clothes randomly grabs a number of the garments from the pile and deposits them a few yards further away. This is an expression of the element of Chance or, for believers, the hand of God that chooses each day who will be expelled from life. Having passed through the dark, sonorous space, we advance along a narrow path delineated by a metal grid, without being able to turn back, as we are sucked into a visual allegory of destiny. The scene that opens up before us evokes, not without apprehension, the frailty of human beings at the mercy of inscrutable faith.
Boltanski, however, does not intend to highlight only the upsetting aspects of life: he feels a deep love for his neighbour and, accordingly, he leads us to consider the beauty of existence, to appreciate the good fortune of being present in the here and now, and to reflect on the passing of time and also on death - questions that people are led to ignore or avoid but which are, in actual fact, fundamental for each individual. 
The clothes allude to death, to mortal remains, making us ponder human fragility and the implacable passing of time, for which there is no rational explanation and which is utterly ineluctable.
But the clothes also allude to life, to the imprint made by the body and soul of those who wore them, which they retain. While representing the drama of existence, Boltanski opposes a pessimistic vision of it, giving dignity to each human being, saving their essence, which is in those clothes but also in the heartbeat, which identifies each person and, since it is conserved in the purpose-built Foundation on the Japanese Island of Teshima (which can only be reached via a long trip by plane, boat and on foot, and now houses 60,000 heartbeats), can be listened to forever, serving as a future memory of every single life.
The artist intends to involve visitors in this project of memory conservation and, for this reason, has decided that, ten days before the closure of the exhibition, each visitor will be allowed to take away one or more of the garments, thus giving new life to them. The mountain of clothes, meanwhile, will be reduced until it finally disappears, thus removing itself from the unfathomable action of destiny.

- dal cataloghino informativo HangarBicocca_Milano
la mostra dura fino al 26 Settembre 2010

5.8.10

Gaston Bachelard


















'Gli armadi con i loro ripiani, le scrivanie con i loro cassetti, i bauli con i loro doppifondi sono veri organismi con la propria vita psicologica segreta.
Comunque, senza questi "oggetti" e pochi altri ugualmente favoriti; la nostra vita intima mancherebbe di un modello di intimita'.
Essi sono oggetti ibridi, soggetti oggetti.
Come noi , attraverso noi e per noi, posseggono una propria qualità di intimità.'

'Wardrobes with their shelves, desks with their drawers, and chests with their false bottoms are veritable organs of the secret psychological life.
Indeed without these "objects" and a few others in equally high favour, our intimate life would lack a model of intimacy.
They are hybrid objects, subject objects.
Like us, through us and for us, they have a quality of intimacy.'

Gaston Bachelard

3.8.10

Ornella

































Ornella


_Poasco

Il mio guardaroba si compone di: giacche, pantaloni, camicie, biancheria intima, corsetto antiernia, collare antiernia, libri e partiture musicali, regalini per Alice nuovi imboscati e in attesa della data prevista per la consegna, materiale da cucito, monili acquistati e autoprodotti (vedi foto), borse, scarpe appoggiate qui e là, materiale da disegno, 3 scatole di vecchie foto, diapositive, vecchie musicassette, scatola dei nastri, valigie, racchetta da tennis, album di foto, cinture e foulards, cappellini e pigiami, materiale per confezionare regali....
Poi ci sono: una scatola di abitini di Alice neonata, tende e coperte/piumini per il cambio di stagione, stoffe varie in attesa di utilizzo.
Quando mi devo vestire il fumetto è: "Ommaronna e adesso che mi metto?"
Acquisto i vestiti dove trovo le taglie che mi vanno, ma detesto gli abiti conformati, perché li fanno per le vecchie... il risultato è uno stile assolutamente improbabile, di cui sono completamente consapevole, che tende verso le fogge orientali e fluide, anche se ogni tanto e sempre più spesso penso che dovrei mettermi cose più "normali" (normali per chi?) e quindi mi metto le cose che penso siano normali per gli altri, con esiti disastrosi o quanto meno sconcertanti... e tu lo sai.

La giacca rossa di seta è il capo preferito, comprato a Milano Ticinese;
la giacca verde la uso rarissimamente, ma non posso proprio buttarla via, né passarla, perché è di lana di yak e l'ho comprata a Katmandu;
il completo di seta verde acido è ormai difficilissimo da portare, soprattutto per la linea che non c'è più, ma non lo butterò mai via perché è uno dei vestiti della speranza e poi l'abbiamo fatto io e mia madre, ricavandolo da un sari.
La maglia di lana celeste è al di là della speranza, è proprio l'anticamera dell'iperspazio, la mettevo quando avevo 40 anni e pesavo 70 kg (per te è uno sproposito, ma per me è un traguardo...);
Le mie foto sono tutte a mezzo busto, per ovvi motivi...

Abiti di cui mi vergogno? Una meravigliosa gonna zingaresca rossa bordata d'argento, che spunta dall'armadio nelle foto, che non sta bene con niente e che però mi piace da morire... e che non metto mai.
E' la storia della mia vita.